L’espiazione di Genova

Chi ha detto che l’Inferno è una bolla di fuoco? Non è così, il Tartaro è freddo, spento, esangue e umidiccio come una città alluvionata. Come Genova, che d’ogni cambiamento di stato atmosferico e ontologico porta il sigillo fin dal nome: Ianua, la città di Giano, dio e signore delle porte. E siccome ogni nome è anche un destino, in quello di Genova c’è l’apertura al mondo da parte di un’antica nobiltà marinara oppure la chiusura traumatica nello stagno di fango e dolore che da troppe ore si porta via donne e bambini e altre vite offerte in un’espiazione incomprensibile. Leggi la corrispondenza da Genova Quando la pioggia fa paura
16 AGO 20
Immagine di L’espiazione di Genova
Chi ha detto che l’Inferno è una bolla di fuoco? Non è così, il Tartaro è freddo, spento, esangue e umidiccio come una città alluvionata. Come Genova, che d’ogni cambiamento di stato atmosferico e ontologico porta il sigillo fin dal nome: Ianua, la città di Giano, dio e signore delle porte. E siccome ogni nome è anche un destino, in quello di Genova c’è l’apertura al mondo da parte di un’antica nobiltà marinara oppure la chiusura traumatica nello stagno di fango e dolore che da troppe ore si porta via donne e bambini e altre vite offerte in un’espiazione incomprensibile.
Anche le città hanno un’anima e non mancherà nei prossimi giorni un Minosse che provi a pesare quella di Genova: qualche magistrato, per esempio, in cerca di discrimine fra una tragedia imprevedibile e un prodotto dell’incuria umana.
“La natura è venuta a riprenderci”, ci diceva ieri un professore gentile rincasato coi piedi a mollo e l’amor fati nel cuore. La potenza degli elementi esercita un fascino incantatorio sulle sue vittime. In Italia sopra tutto, in quella che Plinio il Vecchio chiamò non per celia “foglia di quercia” – e cosa c’è di più sensibile agli elementi d’una foglia? e cosa c’è di più nobile d’una quercia? – qui dove ogni abitante conserva in una parte di sé la memoria biologica di cataclismi primordiali.
Ogni tempesta e ogni terremoto ci ricordano che gli Italici sono domatori di terre strappate al caos. Un tempo eravamo i “divini pelasgi” di cui narrava Omero, errabondi civilizzatori sopravvissuti ai maremoti. Senza questa memoria, senza questo periodico tributo di sangue e di amore, non avremmo neppure scoperto l’America (guarda caso da Genova).
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